Quando si parla di studio, difficoltà scolastiche e compiti, entrano in gioco molti fattori. Genitori e figli guardano spesso la stessa situazione da punti di vista diversi e trovare un punto d’incontro non è sempre semplice.
Nel periodo in cui ho lavorato come educatrice nell’affiancamento allo studio, soprattutto con ragazzi delle medie, questa distanza l’ho osservata molte volte. Da una parte c’era l’adulto che cercava di capire cosa non funzionasse. Dall’altra un ragazzo che, davanti a una materia o a un momento di difficoltà, non sempre riusciva a spiegare cosa gli stesse succedendo.
Ed è proprio lì che una domanda apparentemente semplice come “perché?” poteva, invece di aprire il dialogo, chiuderlo ancora di più.
Quando una domanda nasce dal bisogno di capire
Quando vediamo qualcuno in difficoltà, soprattutto se è nostro figlio, cerchiamo quasi automaticamente una spiegazione. È naturale chiedere “Perché non vuoi studiare?”, “Che cosa c’è che non va?” oppure “Perché ti arrabbi?”, perché vorremmo capire cosa sta succedendo e trovare un filo logico che ci permetta di leggere meglio quella situazione.
Il punto è che non sempre chi abbiamo davanti possiede già quella spiegazione.
Nel mio lavoro di educatrice mi capitava spesso di vedere ragazzi cambiare atteggiamento di fronte a una materia. Si chiudevano, rispondevano in modo brusco, rimandavano oppure liquidavano tutto con frasi come “non sono capace”, “è troppo difficile”, “tanto non serve a niente”.
A prima vista, reazioni di questo tipo potevano sembrare disinteresse, opposizione o poca volontà. Osservandole più da vicino, però, non sempre raccontavano questo. Potevano essere il modo più immediato per esprimere una difficoltà che, in quel momento, il ragazzo non riusciva ancora a spiegare in modo più chiaro.
“Quando il “perché” crea distanza
Il punto delicato arriva quando la domanda continua a cercare una risposta che non arriva. In quel momento la conversazione può cambiare tono: l’adulto prova ad andare più a fondo, mentre il ragazzo può percepire una pressione crescente e reagire chiudendosi ancora di più.
Il “non lo so”, il silenzio o una risposta brusca diventano allora parte della dinamica che si crea tra i due. Non chiariscono ciò che sta succedendo, ma aumentano la distanza, perché ciascuno resta fermo nella propria posizione: da una parte il bisogno di capire, dall’altra la difficoltà di riuscire a spiegare.
Nel lavoro educativo ho osservato spesso proprio questo passaggio. Più si cercava di ottenere una spiegazione immediata, più l’attenzione si spostava dal problema iniziale alla tensione che si era creata nella relazione. A quel punto il “perché”, invece di aprire uno spazio di confronto, rischiava di diventare un ulteriore ostacolo alla possibilità di capirsi.
Osservare prima di interpretare
Quando un ragazzo si comporta in un modo che non ci aspettiamo, soprattutto se quel comportamento non gli appartiene abitualmente, è facile cercare subito una spiegazione. Quasi senza accorgercene, iniziamo a interpretare ciò che è successo attraverso il nostro modo di vedere la situazione, le idee che abbiamo di nostro figlio e quello che pensiamo del suo rapporto con la scuola.
Un silenzio può sembrarci disinteresse, una risposta brusca mancanza di rispetto, il rifiuto di una materia poca voglia di impegnarsi. Sono letture che nascono dal nostro punto di osservazione e che possono sembrarci immediatamente plausibili, proprio perché si inseriscono dentro ciò che già conosciamo o crediamo di conoscere.
Osservare richiede un movimento diverso. Significa fermarsi prima di attribuire un significato a ciò che vediamo e mettere temporaneamente da parte le nostre interpretazioni, per lasciare spazio alla possibilità che quella situazione possa essere vissuta dall’altro in un modo diverso da come la stiamo leggendo noi.
Non significa rinunciare al proprio punto di vista, né considerarlo sbagliato. Significa riconoscere che è un punto di vista, non l’unico possibile. Ed è proprio da questo spazio che può diventare più facile avvicinarsi a ciò che l’altro sta vivendo, senza anticiparne la spiegazione.
Due punti di vista sulla stessa situazione
Quando una difficoltà scolastica entra nella quotidianità familiare, genitori e figli possono guardare la stessa situazione da prospettive molto diverse. Il genitore porta con sé responsabilità, aspettative, esperienza e preoccupazioni per ciò che potrebbe accadere nel tempo. Il figlio, invece, vive quella difficoltà nel presente, con ciò che riesce a comprendere e a raccontare di quello che gli sta succedendo.
È proprio in questa distanza che possono nascere incomprensioni. Un comportamento che per il genitore appare come qualcosa da correggere o affrontare può avere, per il ragazzo, un significato diverso. Quando ciascuno resta ancorato alla propria lettura, diventa facile attribuire all’altro intenzioni che forse non gli appartengono.
Provare a entrare nel punto di vista del figlio non significa mettere da parte il proprio ruolo di genitore, né rinunciare alle proprie responsabilità. Significa riconoscere che ciò che vediamo è solo una delle possibili letture della situazione e lasciare spazio anche a quella dell’altro.
È un passaggio delicato, perché richiede di sospendere per un momento il bisogno di stabilire chi abbia ragione o quale interpretazione sia quella corretta. A volte proprio questo cambio di prospettiva permette di comprendere meglio ciò che, visto da una sola posizione, sembrava soltanto una chiusura, un rifiuto o un comportamento difficile da spiegare.
Il coaching può offrire uno spazio per esplorare queste situazioni con maggiore chiarezza, osservando come le stiamo interpretando e quali altri punti di vista possono emergere quando allarghiamo lo sguardo.
Se vuoi approfondire il mio modo di lavorare su situazioni come questa, puoi conoscere il mio percorso di coaching dedicato ai genitori.